Puntozero Teatro

2019, Italia

Puntozero nasce nel 1995 per l’iniziativa di Giuseppe Scutellà, che terminati gli studi all’accademia Paolo Grassi trascorre l’anno di servizio civile lavorando nell’Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano. Un legame che, come vedremo, prenderà la via delle attività teatrali: «la soddisfazione – dice – non è nemmeno comparabile al frutto dell’impegno interno alle carceri».

Dal 2000 in poi, insieme alla compagna e attrice Lisa Mazoni, lavora sul recupero della sala teatro interna al carcere, in disuso dagli anni ottanta. Con il supporto del reparto tecnici del Piccolo Teatro iniziano i corsi di falegnameria e illuminotecnica all’interno delle pareti dell’istituto minorile, e poco a poco la sala prende forma, torna ad essere agibile, ma non è questo il fine ultimo.

«Volevamo che diventasse un locale di pubblico spettacolo, una normativa complicatissima, un investimento che nell’arco di quindici anni ha toccato i 600mila euro – continua Lisa – E poi, la sfida col Dipartimento di Giustizia e i politici di riferimento, che hanno colto questa nostra proposta, per far sì che questo potesse essere non solo un teatro per il Beccaria, ma anche per la città».

Il progetto prevede l’abbattimento del muro, fisico e metaforico, che divide carcere e città.

Nel 2016 il muro è abbattuto, il Teatro ha un accesso indipendente dalle carceri, l’impianto di riscaldamento è stato portato a norma e la platea è vestita di rosso scaligero. I sedili sono infatti le poltroncine del Teatro alla Scala, dismesse dai lavori di restauro del 2004 e quindi donate a questa nuova realtà “di quartiere”.

Giovani detenuti e famiglie di zona insieme a teatro, a godere dell’eccellenza di grandi produzioni come la Cenerentola del Teatro alla Scala o l’Arlecchino del Piccolo Teatro riducendo di fatto la forbice che divide carcere e tessuto cittadino.

Mancano gli ultimi accorgimenti, e salvo eventi eccezionali e presentazioni, il teatro ancora non ha aperto ufficialmente i battenti al pubblico.

Dentro la sala duecento poltroncine sono sovrastate nella penombra dal palcoscenico. Sul legno dipinto di nero, un piano inclinato del colore del fango secco, come quello che inesorabile spazza la Tebe nefasta in cui si svolge l’Antigone di Sofocle.

I giovani detenuti (e non) del laboratorio Puntozero porteranno in scena lo spettacolo al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Mancano poco meno di due settimane.

Poco sotto il palco il tavolo con le provviste per combattere la fame durante le prove, brioches, tranci di pizza, wurstel e una macchinetta del caffè, quasi sempre in funzione nonostante le cialde non siano in vista. Il teatro diventa ritiro per la compagnia, tutto succede a pochi passi di distanza, il luogo è allo stesso tempo laboratorio di recitazione, sartoria, mensa, officina tecnica per le luci e l’audio, e – nei pochi momenti di calma – dormitorio.

Il fervore è evidente, come la fretta di fare tutto e farlo bene: i giovani detenuti possono scendere dalla sezione solo per alcune ore al giorno. Poche. Bisogna riuscire a portare a casa quanto più lavoro possibile, nonostante la stanchezza per i ragazzi inizi a farsi sentire.

La pressione, poi, è un discorso a parte: su internet i biglietti sono già esauriti da un pezzo.

La compagnia è formata da una trentina di persone, compresi studenti liceali e universitari, attori professionisti, tecnici, sarti e runners. Una sorta di famiglia allargata, che ospita al suo interno chiunque decida di lasciarsi coinvolgere, giovani detenuti inclusi. Senza troppa retorica, qui per loro c’è uno spazio nel quale lasciarsi alle spalle le quattro mura del carcere, aprirsi a una dimensione nuova.

Le origini dei giovani ragazzi del Beccaria sono molteplici, per loro il teatro è anche scuola, gli permette di imparare la lingue e migliorare la dizione – non è inusuale vederli girare con batuffoli di cotone tra le guance, per allenare i muscoli e sciogliere la parlata.

Nella messa in scena è presente un estratto che ne rimarca la diversità, un editto – emanato da Creonte ai tebani – declamato in una dozzina di lingue:

 Si ordina alla città di non dare a Polinice 
l'onore della tomba né del pianto, che il suo corpo
sia lasciato insepolto, preda dei cani e degli uccelli
che ne faranno scempio.

Questo è il mio pensiero: da me i malvagi
non saranno mai onorati più dei giusti;

La Grecia antica sposa la quotidianità. I rimandi dell’opera al contingente sono molteplici, come anche la critica di settore non manca di far notare: fin troppo semplice – nelle parole di Creonte e nell’iniziativa di Antigone – trovare un parallelo con le tragedie che segnano i nostri mari, la chiusura delle nazioni di fronte alla sofferenza e l’indignazione che muove le associazioni che hanno fatto dell’accoglienza la propria battaglia.

Più volte, nella critica moderna, ci si è riferiti all’Antigone come un’opera che mette in luce il contrasto tra il privato cittadino ed il regime totalitario. L’indifferenza e l’incapacità di agire dei pari dell’eroina tragica la espongono alla collera del tiranno: è solo a catastrofe compiuta che Creonte – convinto in cuor suo di star facendo il bene per la città, anteponendo alla legge morale le leggi dello stato – si ricrede.

Emone piangente stringe a sè il corpo esanime di Antigone, si è tolta la vita come la madre, per mezzo di una corda di lino.

Durante le due settimane di prove in cui ho avuto modo di seguire da vicino il lavoro della compagnia ho incominciato a conoscere i vari membri del gruppo, a riconoscere al volo che ruolo interpretano e a saggiarne la passione con cui hanno aderito al progetto.

Sono in tanti, e poche parole non renderebbero giustizia alla potenza che sono in grado di trasmettere in scena, e non solo.

La compagnia, tra l’altro, può vantare un comparto tecnico che malgrado la giovane età è già riconosciuto come validissimo. A muovere le fila da dietro le quinte, insomma, è un coro di dimensioni ben più vaste di quello che narrerà le vicende di Antigone sotto i riflettori del Piccolo tra pochi giorni.

Qualcuno è arrivato qui attraverso l’università o grazie ai diversi progetti patrocinati dalle istituzioni milanesi, quelli che hanno consentito di portare in scena tra gli altri Sogno di una notte di mezz’estate e il progetto Errare humanum est.

Tra di loro, anche alcuni ragazzi che hanno conosciuto Puntozero dall’altra parte, attraverso quella soglia che si vuole decostruire, e che oggi, scontata la pena, continuano a riunirsi almeno due volte alla settimana tra le stessa mura che li ha avuti ospiti. Continuano qui l’avventura che hanno iniziato, magari controvoglia, ma che ha finito per travolgerli e aiutarli.

Otto volte messa in scena, nella settimana dal 22 al 27 di Gennaio, l’Antigone di Puntozero infiamma la platea del Piccolo Teatro “Studio Melato” di Milano.

Tra occhi lucidi, abbracci e incoraggiamenti, tutta la compagnia si ritrova in poche ora nel vortice della performance

Nei camerini, sotto lo sguardo della scorta penitenziaria, ci sono gli ultimi preparativi di rito. Costumi, correzioni al testo, trucchi, qualcuno sta già preparando i panini per la pausa alla fine del primo spettacolo. A turno le dita umide vengono passate sul colore, come Edipo che dopo aver preso coscienza della propria tragedia si strappa i bulbi oculari. Per restituirne il dramma, vengono passate sugli occhi striature scure e sanguigne.

Saliti sul palco, gli attori cominciano con Chorós, esercizio studiato dal regista per riscaldare gli attori, risvegliare i muscoli addormentati, preparare la voce allo spettacolo. Come in una danza tribale, mentre il pubblico entra in sala gli attori accompagnano i loro esercizi alla musica.

Dopo settimane di preparazione si va in scena. Gli attori, terminato il riscaldamento, scendono dal palco. Alcuni tra i figuranti vengono aiutati dai servi di scena a indossare le cappe brune con cui scivoleranno nelle ombre della platea, nascosti agli spettatori. Il respiro è profondo, controllato, lentamente scende il silenzio e con lui scema il brusio tra il pubblico.

Un lento, dissonante, cicalio elettrico, rompe il silenzio. Il pubblico trattiene il fiato quando giunge l’allarmante richiamo tra Ismene e Antigone, un faretto, rosso, illumina appena il palcoscenico: inizia lo spettacolo.

Puntozero Teatro

Reportage a cura di Mirko Isaia

Desidererei ringraziare di tutto cuore: Beppe e Lisa, per avermi aperto le porte di casa, accogliendomi nel progetto. Alìn, Davon, Eds, Jason e Simba, per l’impegno che infondono nel teatro, auguro loro di esser sempre sospinti da un buon vento. Camilla e Martina, le mie sorelle preferite, per avermi portato sottobraccio in quest’avventura. Emilia, Giacomo, Giulia, Hazim, Kris, Mehdi, Sara e Sarah, per avermi fatto vivere assieme ai ragazzi del Beccaria l’emozione del teatro. Giorgia, per essere stata dimenticata a casa assieme a me. Federico, Floriana, Gianluca, Giordano, Linus, Letizia, Matteo, Ming, Nath, Sara, Yuri, per essersi presi cura di me, e aver condiviso esperienza e conoscenze nei loro campi, mentre realizzavo questo lavoro.

Molte Meraviglie – G. Messina

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