Acini d’uva

2016, Italia

Canelli è una cittadina di diecimila abitanti nel mezzo della valle Belbo, a cavallo tra le tre province di Asti, Alessandria e Cuneo. È una terra di vino e colline: qui si producono il Moscato e lo Spumante d’Asti, due eccellenze italiane esportate in tutto il mondo, ma anche Barbera e Dolcetto.

Questo piccolo comune, che ovviamente fa del vino il suo business principale, è sede di alcune tra le aziende vinicole più prestigiose di tutto il Piemonte.

Ogni anno, per i giorni della vendemmia del Moscato — cento milioni di bottiglie a stagione — la città e le zone circostanti sono invase da un alto numero di braccianti — tra le due e le tremila persone — provenienti quasi tutti da Macedonia e Bulgaria.

Arrivano con pullman turistici in cerca di lavoro, attratti da stipendi “europei” di gran lunga superiori rispetto a quelli che gli sarebbero dati nei loro paesi.

Senza generalizzare, il sistema che si è creato intorno alla manodopera proveniente dall’est Europa ricorda molto da vicino le dinamiche di caporalato tristemente note nel sud Italia. Per semplificarsi la vita dalle lungaggini burocratiche delle assunzioni, i “padroni” si affidano alle cooperative agricole, che garantiscono loro contratti migliori di quelli delle agenzie interinali e li sgravano da ogni responsabilità.

Nelle campagne, padrone non è sempre sinonimo di male. Padrone vuol dire semplicemente proprietario terriero, categoria al cui interno rientrano tutti, dalla grande ditta che esporta centinaia di migliaia di bottiglie al vignaiolo le cui uve finiscono nella cantina sociale del paese.

Riccardo Coletti, giornalista della Stampa ha dato il via al caso Canelli.

Secondo Riccardo Coletti, giornalista della Stampa, redazione astigiana, dalle cui inchieste di quest’estate è nato il caso-Canelli, «le prime cooperative risalgono alla fine degli anni ’80, quando in paese iniziavano ad arrivare i macedoni, pionieri dalla grande vocazione per l’agricoltura. Le cooperative nascevano con il nobile intento di garantire dei contratti lavorativi a questi primi braccianti, extracomunitari a tutti gli effetti».

«Col tempo, molti dei macedoni che venivano a Canelli per la stagione hanno finito per stabilirsi qui, perché con i contratti arrivavano anche i permessi di soggiorno. La comunità è diventata stanziale, oggi costituisce il 10% della cittadinanza».

Col passare degli anni il flusso dei macedoni resta costante. In molti iniziano a fiutare il business e la situazione cambia radicalmente, con la nascita di un vero e proprio tessuto economico intorno alla nuova comunità.

Ad oggi, le cooperative in questa zona sono addirittura trenta, forse di più. Certo, alcune di queste hanno scelto la via della legalità. Altre, molte, come in tutte le situazioni in cui c’è grande concorrenza, intraprendono vie illegali.

«Il risultato — dice ancora Coletti — è che allo stato attuale delle cose ci sono forbici di prezzo impazzite: dalle cooperative dei caporali che offrono 600 euro per vendemmiare un ettaro in un giorno, a chi invece agisce in trasparenza e ne chiede dai 1300 ai 1500 ma offre contratti regolari ai lavoratori e in fattura inserisce ogni singolo minuto».

È facile immaginare quale tra i due sistemi prenda piede: «la cooperativa senza terra è forte perché all’agricoltore non chiede nulla se non il pagamento. Con una semplice firma, il vignaiolo si assicura un servizio chiavi in mano. L’assunzione di stagionali in agricoltura è legata a una normativa che nasce prima della guerra e comporta lungaggini burocratiche immense. La cooperativa, invece, garantisce al vignaiolo le due cose che desidera di più, comodità e risparmio».

Il perché di prezzi tanto convenienti delle cooperative, conviene ricordarlo ancora, sta nei contratti firmati dai braccianti: paghe bassissime e in nero.

Per quanto riguarda le modalità di pagamento, «il trucco è quello di un contratto a tempo determinato, che inizia il 15 — 20 agosto e finisce il 30 settembre, in cui sono indicati solamente gli ipotetici giorni di lavoro, senza date.

In questo modo il lavoro nero diventa grigio: tutto, poi, dovrebbe finire in busta paga. Ma la prassi vuole che, su venti giorni di vendemmia, in busta paga ne finiscano cinque o poco più: il resto è in nero». Nero che, spesso, nemmeno viene riconosciuto quando per il lavoratore si tratta di riscuotere il pagamento.

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Acini d’uva — cronache di una vendemmia

Un reportage di Matteo Fontanone, Mirko Isaia, Stefano Troiano e Mauro Ujetto.

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